DONA ORA

Dal Perù, Una Volontaria In Servizio Civile

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Gennaio 2018

 

Quando si vanno a fare le visite a domicilio, di solito è abbastanza facile; si cerca il nome della persona sul campanello, si suona e si aspetta che la persona apra la porta. In Apurimac ovviamente non è così, altrimenti sarebbe tutto più semplice e poco avventuriero…perché, ebbene sì, anche le visite domiciliari infermieristiche hanno quel tocco di brio che non ci si aspetta. Arrivati a Cachora, ci vengono date le coordinate per trovare il paziente, tipo battaglia navale. Claribel per fortuna conosce bene la comunità ma comunque chiediamo alle persone incontrate per strada per sapere dove vive Miguel. Dopo aver seguito diverse indicazioni dei villeggianti, ci troviamo ad un punto morto. Per fortuna in quel preciso istante passano due donne a cavallo, sui cavallini andini che quasi sono più piccoli di loro, e domandiamo.

 

Una signora risponde che Miguel è suo fratello e che è a casa sua, poco più in giù, vicino agli eucalipti (come se ce ne fossero pochi). La signora è stata così gentile da dire: “ora lo chiamo io!”. Ovviamente sarebbe scontato pensare: “ora prende il cellulare e lo chiama” invece no, altra sorpresa! La sorella andava a chiamare il fratello con il suo cavallo, al trotto. Per fortuna eravamo sul pick-up ed il primo pensiero è stato quello di caricare cavalli e signore sul retro, per fare prima. Arriviamo alla casa di Miguel, bellissima casa andina fatta di mattoni di terra e fieno, affacciata sulla vallata di eucalipti di Cachora. Claribel e io iniziamo ad urlare: “Miguuueeeeeel!”, peccato che l’unico essere a rispondere sia una pecora con il suo belare. A quel punto, non sapendo più che fare, ci rimettiamo in pista e iniziamo a cercare la sorella di Miguel, la cui casa non dovrebbe essere troppo lontana dal punto in cui ci troviamo. Colpo di scena, una volta raggiunta la casa della sorella, la vicina dice che la signora Rosa ha appena lasciato casa a cavallo per andare a trovare la madre. Come il gioco del telefono senza fili chiediamo dove vive la madre. La signora indica il lato opposto della montagna rispetto a dove siamo.

 

Già esausti dalla caccia al tesoro, o come direbbe il dottor Carlos “dal ping pong”, ci avviamo verso la nuova destinazione. Ad un certo punto lasciamo Willy ed il Pick-up a “valle” ed iniziamo la passeggiata verso la prima casa che vediamo. Dopo aver disturbato una signora che stava cucinando e che si è finta sorda, scopriamo che non è quella la casa della mamma di Rosa. Ci indica più in su, la prossima casetta. Così ci rimettiamo in cammino su una salita abbastanza ripida che attraversa campi di piante di mais non ancora cresciute. Alla prossima tappa incontriamo tutta un’intera famiglia di campesinos intenti a lavorare la terra; purtroppo la fortuna ancora una volta non è dei nostri perché di signore Rosa non ce ne sono. In compenso la generosa famigliola ci offre della Chicha, ovvero una bevanda di mais fermentato molto in voga in Apurimac. In quanto Gringa e a stomaco quasi vuoto ne bevo solo un pochino, giusto per non apparire scortese ma soprattutto per evitare di cadere giù dalla montagna, brilla. E qui si vede il lavoro di squadra: il dottor Carlos che, per evitare la brutta figura, beve anche i bicchieri mio e di Gianmarco. All’orizzonte ora si vede solo una casa, che dovrebbe essere quella della mamma della signora Rosa.

 

Altra scalata verso la punta della montagna ed eccoci! Non solo riusciamo ad incontrare la signora Rosa ma anche il fratello Miguel. Della serie tutto bene quel che finisce bene, soprattutto dopo aver bevuto altri due bicchieri di chicha che scacciano la stanchezza. Purtroppo queste situazioni sono comuni nelle comunità dell’Apurimac e il territorio non aiuta, anzi. Peggiora le cose e le rende più complicate; basti pensare che in un giorno siamo riusciti a rintracciare una sola famiglia, che verrà ad Abancay per gli esami necessari. Chissá quante altre persone ci sono disperse tra le montagne, in cerca di aiuto o che si sono rassegnate a vivere con una patologia “facilmente guaribile” ma che non possono assentarsi da lavoro oppure non hanno le risorse per scendere verso il centro villaggio.

 

 

Beatrice, una volontaria in servizio civile 

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