La rivoluzionaria perdita di un orologio

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Il tempo è sempre stato per me qualcosa da rincorrere, qualcosa che passa così rapido che, non appena ti distrai un attimo, ecco che scivola via e ti scappa di mano; per questo il tempo è soprattutto qualcosa che va organizzato: trova il tempo per studiare ma anche quello per i tuoi hobby, trova il tempo per mangiare e quello per fare sport, il tempo per lavorare, per stare con il tuo ragazzo… il tutto deve rientrare in 24 ore, anzi in 16, perché 8 devono essere dedicate al sonno. Le mie giornate sono sempre state così, ben calcolate, in modo da poter far tutto, in modo che quelle poche 24 ore venissero sempre riempite con qualche attività. Potete quindi immaginare l’enorme importanza che rivestiva per me un piccolo arnese, posizionato al polso sinistro, che mai e poi mai avrei potuto togliere: il mio bellissimo e luccicante orologio. A volte era addirittura oggetto di contemplazione, soprattutto quando le ore di una noiosa lezione universitaria sembravano infinite e quelle maledette lancette immobili.

 

Tutto scorreva più o meno uguale, e così mi piaceva, mi sentivo sicura e protetta nella mia quotidianità. Finché un giorno partii per il Perù. Il 29 Ottobre 2016 alle ore 18.30,presi il volo che mi avrebbe condotta un anno a Cusco, bella e famosa cittadina delle Ande peruviane. Un anno è un tempo ben definito, lungo certo, ma preciso. Questa era la mia unica certezza: 365 giorni. Ma le ore, i minuti di questi giorni come li avrei trascorsi? Questa sì, era un’enorme incognita. Finalmente arrivai a destinazione e, uscita dall’aeroporto, il mio sguardo fu catturato dal cielo. Non avevo mai visto un cielo così azzurro, così terso e, anche se mi mancava il fiato per l’altitudine, respirai a pieni polmoni l’aria frizzantina e pensai: “E’ proprio questo il luogo in cui ora devo essere, questo è il mio posto”. E da quel giorno iniziò l’avventura.

 

Per strane vicissitudini ancora da chiarire, il secondo giorno in cui arrivai in questa magica città il mio orologio si fermò. Chissà, forse si era semplicemente scaricata la batteria, in ogni modo dovevo assolutamente provvedere ad aggiustarlo, il prima possibile. Iniziò così la ricerca. Era un pomeriggio di sole a Cusco, l’aria era fresca e festosa, mi avvicinai ad una tienda dove potevo intravedere pile di orologi. Chiesi alla signora di mostrarmele, “Mi dispiace” rispose “il proprietario non è qui, non conosco il prezzo, non posso venderti nulla”. “Cominciamo bene” pensai proseguendo comunque la mia indagine. Dopo un’ora buona, l’esito fu negativo: alcuni rispondevano pigramente che non vendevano pile di orologio (anche se erano ben esposte in vetrina), altri dormivano di gusto e mi dispiaceva svegliarli, così mi arresi e decisi di continuare la ricerca l’indomani.

 

Non so bene come, ma il tempo trascorse così rapido che passarono dieci giorni senza che me ne accorgessi. Per me era tutta una scoperta, una lingua nuova, un nuovo lavoro, inoltre c’era da preparare tutto l’occorrente per la campagna sanitaria; tanto che non badai a quel polso vuoto e leggero, a cui mancava il suo più fedele compagno. Fu così che l’11 Novembre 2016, senza orologio al polso, partii per la mia prima campagna di salute itinerante. Non saprei dire quante ore viaggiammo, so solo che partimmo all’alba e arrivammo quando era già buio, dopo aver attraversato strade impossibili, paesaggi spettacolari, immense montagne e fiumi in piena. La mattina del giorno seguente la squadra era pronta per iniziare a lavorare nella comunità di Colca. Il mio compito era semplice, dovevo fare quello per cui avevo studiato: la farmacista. Spiegare quindi al campesino a che ora, quante volte al giorno, per quanto tempo e in che modalità assumere il farmaco prescritto dal medico. Sembrava facile e invece… si aprì di fronte a me un altro mondo e, da quel giorno, pian piano fino ad oggi, la mia visione della vita cambiò completamente.

 

La difficoltà non fu tanto la lingua (la maggior parte dei pazienti non parla castigliano ma solo la lingua indigena Quechua) neanche che molti non sapevano leggere, quindi la ricetta del medico era completamente inutile se non spiegata o “disegnata”, fu piuttosto la concezione completamente diversa dello scorrere del tempo e della vita che ha un individuo che vive a 4000 metri, che intorno a sé ha solo montagne e prati, che sa che il primo ospedale attrezzato è a 8 ore di strada. Questo inizialmente mi sconvolse, ma proprio da questo punto di vista totalmente diverso dal mio appresi il vero valore del tempo.

 

Nessuno indossa un orologio, la maggior parte non ha il cellulare, in casa non hanno orologi da parete, è già tanto se hanno un bagno… sembra così scontato dire ad un vecchietto di assumere la compressa alle 7 di mattina o di prendere l’antibiotico ogni 8 ore (indicando gli orari precisi). La giornata per un campesino inizia alle 5, poco prima che sorga il sole, quando il cielo non è più così nero ma sfumato di azzurro, quando inizia ad intravedersi un bagliore e le stelle pian piano a scomparire. Questo è l’inizio del giorno. Chi possiede pecore, capre o alpaca li porta al pascolo. Dopo qualche ora, quando il sole è già sorto e lo stomaco inizia a borbottare, si fa colazione con un pane o con un caldo de gallina, si beve una quinoa o una maca ed è già l’ora di coltivare la terra. I bambini vanno a scuola e quando tornano si fa pranzo. Il pomeriggio è breve, perché il sole tramonta presto, e quando tramonta il sole (in città neanche ci si fa caso) è buio pesto! Il messaggio è chiaro: è ora di dormire e riposare il corpo dopo il faticoso lavoro nei campi; è così che finisce la giornata. Il tempo è scandito dal sole, dai passi degli animali al pascolo, dal cammino lento di una vecchietta, dalla corrente di un fiume, dal fruscio degli eucalipti mossi dal vento e non dal ticchettio di due lancette o dalla sveglia di un cellulare. Il tempo è governato da entità naturali di cui nessuno prova a cambiare il corso e per cui tutti nutrono un profondo rispetto. D’altronde chi siamo noi per dare dei numeri alle ore, ai giorni, agli anni? Questa è la nostra stessa trappola, la vita è quantificata: viviamo per lavorare un numero di ore, per guadagnare un tot. di denaro al mese, per pagare un tot. di affitto della casa, per arrivare a vivere un tot. di anni… il tempo è quantificato. Inizialmente sono rimasta esterrefatta dal fatto che la maggior parte dei campesinos adulti non sappia la propria età, molti se la inventano per farti contento, perché vedono la tua faccia da gringo che resta allibita alla risposta che tarda ad arrivare, altri sorridono ingenuamente dicendoti che non la ricordano. Infondo, a pensarci bene, che importanza ha l’età per un uomo che da tutta la vita e per tutta la vita lavorerà la sua terra, per una donna che accudirà i suoi 8 figli e venderà patate finché la morte non la chiamerà, l’età è solo un numero, insignificante e inutile che a volte anche noi faremmo bene a dimenticare.

 

Anche in città, almeno qui a Cusco dove si sente il retaggio della cultura Incaica, è rimasta questa differente concezione del tempo anche se ben mascherata dai ritmi cittadini. Il nostro modello lavorativo che associa il tempo al denaro sta entrando nell’economia del Perù, ma stona completamente con la mentalità dei suoi abitanti. Così puoi trovare chi impiega mezz’ora per farti una fattura perché ogni tre per due si distrae, gente che dorme nel proprio negozio, gente in coda per ore alla cassa del supermercato perché i cassieri sono incredibilmente ed esasperatamente lenti, eppure nessuno si lamenta…hai deciso di dedicare quel tuo tempo a fare la spesa, sei lì, la stai facendo…di che ti dovresti lamentare? Mi è capitato un giorno che un autobus si fermasse in mezzo al nulla, un’intera notte senza che nessuno sapesse il perché. Finché all’alba, con la luce del sole si scoprì che la montagna era franata e aveva bloccato la strada, dopo 2 o 3 ore di contemplazione senza che nessuno muovesse un dito, qualcuno decise di mettersi a scavare con le mani per togliere il fango…e così alla fine ripartimmo. Per la nostra cultura tutto ciò sarebbe inconcepibile, noi andiamo di fretta! Un tempo improduttivo è un tempo perso.

 

Qui la fretta non esiste, è inutile prendersela con il cassiere o con il commesso che ti fa la fattura, non serve a nulla, quel giorno è andata così, il giorno dopo impiegherai diversamente il tuo tempo. Ho imparato ad ascoltare me stessa e la natura che mi circonda, ho capito che non è affatto una perdita di tempo fermarsi a guardare un fiume che scorre, semplicemente, senza far nulla. O passeggiare senza meta, allontanarsi dalla città, andare al tempio della luna per pensare un po’, per pensare meglio o semplicemente per riposare. Inoltre ho iniziato a far caso al cielo e ho deciso di non perdermi nessun tramonto. Di trovare sempre un angolo per vedere il sole scomparire e ringraziarlo della giornata, perché in qualunque modo l’avremmo trascorsa è così che doveva essere trascorsa e tutto porta con sé un messaggio, basta voler trovare il tempo di leggerlo. Ringrazio questo paese per avermi scrollato di dosso la presunzione di definire un tempo “sprecato”, ma soprattutto per avermi insegnato a “fermarmi” senza la preoccupazione o la pretesa che insieme a me dovesse fermarsi anche il tempo.

 

Chiara Sassaroli

Volontaria in Servizio Civile

 

 

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