Partenza alla madrugada

Simone_medico_volontario_apurimac_Onlus
Partenza alla madrugada, il primo giorno ci aspettano dodici ore di strada a strapiombo, sei su asfalto e sei senza. Siamo 16 persone, ci muoviamo con la camionetta e due pick up toyota, ci aspetta una settimana di convivenza e di condivisione del lavoro quanto del tempo libero. “Gracias por compartir”. Le tre comunità scelte per la campagna sanitaria sono Santa Rosa, Totora e Mamara, comunità nelle quali si vive dell’essenziale, del lavoro nell’orto e della socialità che i due unici luoghi di aggregazione, la piazza e la chiesa, permettono.

 

Arriviamo a Santa Rosa verso le 19.00. Il signor Wenceslao, dopo averci lasciato un po’ a noi stessi, abbandonati nel Puesto de salud sotto un bel diluvio, ci ha comunicato che, volendo stare insieme e non essendoci la possibilità di farlo in un ostello perché ci avevano riservato solo 10 posti, avremmo potuto dormire al terzo piano del municipio: un salone sgombro di mobili adatto ad accogliere tutti i nostri 16 colchones, i nostri zaini e le casse contenenti tutto il cibo, vettovaglie, cucina a gas e un bel po’ di salsicce a riposare su una sedia. Perfetto, decidiamo insieme per il terzo piano del comune, scarichiamo tutto il nostro carico dal camion, tutti a lavoro, nessuno si esime, tutti si impegnano e si mettono in gioco, è bello così; alla fine siamo distrutti, tra viaggio, incertezze e scarico del camion ci restano solo le energie per scambiare due chiacchiere, fare un piatto di pasta e metterci a dormire; sappiamo tutti che domani ci aspetta il primo giorno di lavoro.

 

Sveglia alle 6, colazione sostanziosa, e ci dirigiamo verso il posto di salute. C’è già la fila di apurimegni ad attenderci. Mini reunion organizzativa e conoscitiva con i responsabili del posto di salute e via, si parte a lavorare; tutte quelle persone che ieri scaricavano casse e materassi adesso si mettono ai vari servizi di triaje, medicina generale, odontologia, infermeria e farmacia. Inizia quindi la routine lavorativa che per sei giorni vedrà impegnato me a visitare 30-40 persone e tutti gli altri, ognuno a fare il proprio lavoro, dalle 8-9 del mattino alle 8-9 la sera. Giorno per giorno diventa sempre più difficile riprendere a lavorare, spostarsi con il camion, caricare e scaricare, cucinare sapendo poi che il momento nel quale dobbiamo trovare le maggiori energie è ovviamente quello del contatto con i pazienti; certo, siamo qui per questo. Siamo qui per dare un piccolo aiuto a queste comunità dimenticate dall’asfalto e che sentono fortemente il bisogno di essere accompagnati, di sapere che, fuori dalla loro comunità, c’è qualcuno che pensa anche a loro, “che gli porta i medici italiani”; credo che la nostra attività porti, oltre al contributo medico, un contributo morale e una speranza, “Dottore, quando ritornerete?” mi chiedevano sempre. Certo, anch’io credo che “chi di speranza vive, di speranza muore” come a dire che è sempre bene rimboccarsi le mani e darsi da fare, ma allo stesso tempo nel momento in cui si hanno pochi mezzi anche per darsi da fare e ci si sente abbandonati come in queste comunità, contribuire a creare un clima di speranza e di piacevole attesa è sicuramente un apporto positivo al loro quotidiano.
 

Mi piacerebbe inoltre porre l’accento sul momento della visita medica che mi trovo a fare. Non è molto diversa da quelle che si fanno in Italia, una visita medica è sempre una visita medica, le persone vengono con le medesime paure, i medesimi dubbi e, quasi, le medesime patologie, se non per un tasso molto elevato di patologie parassitarie e gastrointestinali. La cura e l’incontro, punti cardine della consulta, non sono cose scontate e semplici da conseguire, sono però ambo necessari per la buona riuscita della visita medica e del rapporto di collaborazione medico paziente. Mi ritrovo a visitare persone di cui non conosco le abitudini, la quotidianità, le passioni e, nella maggior parte dei casi, la lingua, ahimè, sia perché qui in Apurimac molto persone non parlano il castellano ma il quechua, lingua molto diversa dallo spagnolo che però comprende le parole “papi, mami, ciao e grazie” che almeno mi fanno sentire a casa, ma anche perché, diciamola tutta, il mio castellano è veramente obbrobrioso (mi è scappato un habemus durante una visita che proprio non so da dove mi sia uscito). Devo dire però che, oltre al “papi, mami ciao e grazie”, a farmi sentire a casa c’era anche una sottile presenza, nascosta dietro tutte queste diversità, che mi ricordava tanto il meridione, più precisamente la mia Calabria, filtrata dai racconti d’infanzia di mio nonno, di mia madre e da alcune realtà che tutt’oggi esistono è che sono specchio di quello che vedo oggi in Apurimàc: le umanità apurimegne, della chakra (il campo), della cucina, del mercato, del lavoro e anche della maggiore simbiosi con gli animali: cani, capre, cavalli. Per cui riflettendomi su questi piccoli specchi, che non so se completamente fuori luogo oppure se contenenti del vero, mi è parso di trovare sempre più la strada giusta verso l’incontro terapeutico, che si crea quando due persone entrano in contatto e in sintonia, che è difficile trovare in mezzo a queste apparenti diversità, in fondo siamo tutti umani, con stesse paure, problemi e sofferenze e anche medesimi desideri, passioni e felicità. Incontrarsi è rigenerante per ambo le parti, medico e paziente, e se ci mettiamo la medicina giusta, che può essere semplicemente un consiglio su come “descansar despues del trabajo en la chakra ponendo un almhoada abajo de coccix” o un antibiotico, otteniamo efficacia terapeutica.
 

Simone Pintimalli
Medico volontario in missione

 

APPROFONDISCI IL PROGETTO

“DIRITTI UMANI E SANITÀ’: FORMAZIONE E PREVENZIONE A SUPPORTO DELLE COMUNITÀ RURALI DELL’ALTO APURIMAC “

 

 

Pubblicato in DAI PROGETTI, NEWS