Perù – Racconti di missione

NICOLETTA_APURIMAC_VOLONTARIA

Un giorno in Apurimac

25/06/2015

La giornata inizia sempre troppo presto, con la luce del sole che picchia piano sulle palpebre che si nascondono dentro il caldo morbido del sacco a pelo. Fuori la musica comincia a dare il ritmo: un battere costante, che segna l’andamento della giornata. Giocoso, aperto, pieno di sorrisi. Una tazza di caffè nero la mattina ritempra lo spirito e mette in circolo l’energia. Un pasto frugale consumato stretti dentro le braccia per scaldarsi ma fuori al sole per godere dello spettacolo pittorico che le pendici morbide delle montagne disegnano. Procedendo a passi di danza, talvolta sconnessi e pasticciati dal sonno, ci si dirige verso il proprio obiettivo: rendersi utili, anche oggi, ancora una volta, ancora un po’ di più.

 

Tutti secondo le proprie capacità. Tutti secondo le proprie possibilità. Il tempo scorre piano, senza la fretta di arrivare alla fine. Il tempo è dedicato e speso bene. In farmacia è un fermento: si gioca, si scherza, si lavora. Si stringono mani che cercano un po’ di conforto alla sofferenza, si incontrano occhi che cercano speranza, si regalano sorrisi a cuore aperto per raccontare la gioia di essere qui, ora. I servizi lavorano incessantemente per garantire prestazioni sempre alte e professionali.

 

La giornata trascorre tra corse folli e risa a squarciagola. I bambini riempiono le ore di disegni colorati e allucinati, di giochi inventati, abbozzati, imparati con gioia e entusiasmo. Pigolano con le loro voci squillanti parole che a volte non comprendi, allora ci si parla con i gesti, con la lingua universale del corpo. Ci si abbraccia forte per imprimere il ricordo di aver condiviso insieme un canto, un ballo, una lezione di quechua quasi sempre non andata a buon fine.

 

Gli occhi scuri, neri, profondi come la notte, delle persone che incontri si piegano sempre ai lati, disegnando rughe di gratitudine intorno agli occhi. E allora non importa quanto sia stanco, quante volte tu abbia spostato su e giù scatoloni, spiegato mille volte la stessa cosa, rincorso bambini fino a sentire il fiato morire in gola. Tutto finisce dentro al sorriso. Tutto termina, annegando nel mare dolce della gentilezza. E quando la sera, dopo che anche l’ultimo paziente ha trovato risposta ai suoi bisogni, le luci si spengono e ci si ritrova insieme a condividere l’ultimo pasto della giornata i muscoli indolenziti dal freddo trovano riposo sotto un cielo stellato così grande e luminoso che rimbocca le coperte e ti culla, regalandoti il sonno dei giusti.

Nicoletta

(Volontaria in missione giugno/luglio2015)

 

 

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